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Teorema biociclistico

  Il testo presente è strettamente legato, tanto da risultarne volutamente utile corrispondenza, all’immagine e allo scritto della copertina del libro attualmente visibile nella home page di questo sito web nonché alla sottostante “nota di presentazione” dell’opera promossa. Infatti al suo autore, il mai troppo compianto Peter Sagen, rinvia pure l’estratto seguente giacché per l’appunto ricavato dalla sua “raccolta di schede di lettura e d’interpretazione critiche” del romanzo FRANA. Per la precisione quella del suo ALBUM DI ROMANZO riguardante il diciassettesimo capitolo della “duplice opera unica” intitolata, nell’AVVERTENZA dell’auspicato editore, INDIVISIBILI.

 

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Precorsi e scie (persistenza della novellistica di I. Svevo in un racconto di E. Montale)

 La palingenesi catastrofica evocata cento anni fa nel finale de La coscienza di Zeno di Italo Svevo non è avvenuta rinnovando nell’umanità tanto una fiduciosa prolungata dilazione («Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute.») quanto un’immanente periodica ed angosciante attesa («Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.»). Tuttavia la mancata deflagrazione planetaria sveviana non ha impedito (né li arresta oggi che da anni siamo partecipi o spettatori d’una irriducibile “guerra a pezzi” nel mondo) gli scoppi e gli spari precedenti il confinamento serale con cui Eugenio Montale inizia il “raccontino” intitolato La poesia non esiste (1) («L’ora del coprifuoco era scoccata»), subito dopo seguito dai due personaggi e dall’affermazione della causa, spartita fra paura e cautela, della loro presenza in casa del narratore («e già da qualche minuto […] per motivi precauzionali»).

 

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Lampi e suoni

 a mia moglie

 Ormai risale a quasi cinquant’anni fa, e a circa nove mesi prima del suo assassinio, il più celebrato che letto articolo “delle lucciole” di Pier Paolo Pasolini (in realtà fu pubblicato sul Corriere della Sera del 1 febbraio 1975 con il titolo Il vuoto del potere). In sintesi nell’articolo Pasolini affermava che in Italia, a metà circa degli Anni Sessanta del secolo scorso era accaduto «“Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile». Ossia un fenomeno avvenuto in modo repentino e stupefacente, sebbene scaturito da cause cresciute nel tempo e alcuni dei cui effetti oggi appaiono perfino più dilatati e disastrosi («inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna […] inquinamento dell’acqua»). Un caso d’improvvisa estinzione che Pasolini, da scrittore, definiva in maniera poetico-letteraria come la «scomparsa delle lucciole».

 

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La tromba e il lupo mannaro

  Anche le due novelle qui considerate e edite in raccolta a distanza di sette anni di distanza l’una dall’altra (La tromba di Arturo Loria in La scuola di ballo del 1932 e Il racconto del lupo mannaro di Tommaso Landolfi ne Il Mar delle blatte e altre storie del 1939) offrono la possibilità di un altro appaiamento e di un secondo confronto dopo quelli di Cave canem presentati ed esposti precedentemente in questa sede. Oltre tutto si tratta di un paio di racconti scritti da due autori che non solo hanno in comune gli esordi letterari presso lo stesso editore della rivista “Solaria”, alla quale fra l’altro collaboravano entrambi, ma anche la conoscenza personale dovuta alla frequentazione dei medesimi tavoli del Caffè fiorentino delle “Giubbe Rosse”. Una consuetudine alla quale è legata molta parte dello sviluppo della letteratura italiana fra le due guerre. Circostanza quindi utile anche a proporre qui sotto le ragioni a mio avviso più significative dell’appaiamento e del confronto de La tromba e de Il racconto del lupo mannaro.

 

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Cave canem

  Questo scritto, testimonianza della mia riconoscenza letteraria per Tommaso Landolfi, propone un appaiamento ed espone un confronto di due testi narrativi (Favola per l’appunto di Landolfi tratto dalla silloge La spada (1942) e il mio Il seguito inserito nella raccolta inedita Novelle del contagio (2020). Una coppia di racconti i quali presentano lo stesso tema principale (la presenza canina nella vita umana) che, pur ovviamente sviluppato in tempi diversi e in forme stilistiche differenti, mostra esiti affini se non complementari.

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Affinità selettive *

  Nel 1930 – nel pieno quindi degli effetti della “grande depressione” – Antonio Gramsci scriveva dal carcere che «la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. È in questo interregno che si verificano i fenomeni morbosi più svariati.». Una colposa strategia di dissipazione dell’individuo e di decomposizione della società che è uno dei grandi temi della letteratura mondiale a cavallo fra l’ultimo trentennio dell’Ottocento e il primo del Novecento. Anche per questo non è fondamentale individuare in un autore di quel tempo, come del resto di qualsiasi altra epoca, le fonti letterarie a cui si è ispirato o attribuirgli quelle dalle quali è rimasto influenzato poiché si sa che ogni opera significativa lo è sopra tutto perché ha saputo elaborare così bene i modelli originari da renderli se non irriconoscibili certo del tutto distinti.

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Orme di uccelli

Prologo

  La nutrita presenza degli uccelli nella letteratura di ogni tempo e Paese ha alimentato svariati lavori d’indagine storica e d’interpretazione critica su di essi. Con questo saggio breve mi propongo di congiungere il percorso storico e l’esame analitico di tale presenza ornitologica. Ciò all’unico scopo d’isolare quei “segni particolari” che gli scrittori delle opere considerate in questa sede hanno messo in luce tramite le diverse forme di espressione da loro praticate. A questo, quindi, si riferisce la partizione nei cinque paragrafi seguenti in ognuno dei quali si concentra l’attenzione su una specifica caratteristica che, seppur mutuata da una degli uomini e a loro rivolta, risulta distintiva degli uccelli al pari dei loro passaggi e delle loro orme sul terreno letterario. 

 

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Abbattimenti

Probabilmente è vero che per gran parte dei russi bosco o giardino sono un’immaginaria protezione dalla dura concretezza della vita cittadina. Di sicuro per gl’italiani il crescente impoverimento del patrimonio forestale e l’incessante abbandono dei terreni agricoli hanno innescato e sostenuto un processo d’inurbamento che – indotto e favorito fra gli Anni Cinquanta e i primi Sessanta del XX secolo dal cosiddetto “miracolo economico italiano” – ha assoggettato campi e monti agl’interessi industriali ed alle attività produttive delle città.

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Il presente futuro

 Naturalmente nella grammatica italiana il “presente futuro” non esiste. Ma, come si sa, talora occorre distinguere il tempo delle parole da quello della pratica dei fatti. Non sempre il tempo linguistico corrisponde infatti al tempo reale. L’odierno presente che ci è dato di vivere ne è la prova più eloquente. Non solo, ma la sua invasiva e devastante supremazia lascia prevedere che esso si protragga in un interminabile futuro.

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Frasi e versi

 Ovviamente le frasi narrative e i versi lirici sono pratiche e procedimenti di scrittura assai differenti. Tuttavia non è inutile ribadire che il significato, l’esistenza e l’importanza di entrambe le forme letterarie risiedono nel medesimo obiettivo valore: la loro verità poetica. Un risultato espressivo raro quanto essenziale e perciò irrinunciabile conseguito in campi diversi, uno in prosa e l’altro in poesia, che intendo qui accostare e chiarire tramite un campionario singolare di concordanze e divergenze presenti in brani tratti da I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello e da versi sparsi de Il passero solitario di Giacomo Leopardi*.

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Doppia coppiola

A proposito delle Operette morali di Giacomo Leopardi, l’autore intende spiegare il titolo che si riferisce alla loro quaterna seguente. In sostanza esso indica – mutuato dal gergo balistico – l’atto critico di accostamento e riunione in coppia, secondo relazioni diverse ma simili a colpi esplosi in lesta successione e tonfi estinti in unica eco, d’una duplice coppiola di Operette. La prima doppietta, per così dire sparata, è quella costituita da Il Parini ovvero della gloria e dal Dialogo della Moda e della Morte, risalenti entrambe giustappunto al 1824, mentre la seconda coppiola è composta dal Dialogo di Plotino e di Porfirio (1827) e dal Dialogo di Tristano e di un amico (1832).

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Boccaccio e Buffalmacco

Se si accetta che il Buffalmacco protagonista di alcune novelle del Decamerone (Giornata VIII, novelle III, VI, IX; Giornata IX, novelle III, V) di Giovanni Boccaccio sia lo stesso pittore che ha dipinto il Trionfo della morte nel Camposanto Monumentale di Pisa allora non si possono certo rifiutare determinate affinità, particolarmente evidenti nella scena affrescata del giardino*, fra le due opere d’arte. 

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Galilei e Leopardi

 La possibilità d’individuare ed esaminare parallelismi fra il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei e le Operette morali di Giacomo Leopardi non è data soltanto dal genere dialogico a cui entrambe le opere appartengono, quanto da alcuni temi e contenuti comuni. A tal proposito, utile e importante può essere la lettura (come per l’autore lo è stata a suo tempo insieme alla visione di un filmato della “messa in scena” nel 1963 del Piccolo Teatro di Milano) della Vita di Galileo di Bertolt Brecht.

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Rabbia e orgoglio

(O. Fallaci, la rabbia e l’orgoglio)

Certamente la lettura del libro di Oriana Fallacila rabbia e l’orgoglio (Rizzoli Editore, Milano 2001) è interessante. Ma l’autrice secondo me va ringraziata sopra tutto per lo stimolo di riflessioni e conclusioni spesso in contrasto con le sue.    D’altra parte se scrivere serve a esercitare chiarezza e autonomia di pensiero allora è quasi scontato che ogni discussione si avvalga più dei conflitti che dei consensi. Perciò qui ho scelto di confrontarmi con quelle posizioni fallaciane – non poche ma nemmeno tutte – dalle quali dissento. E per farlo ho cercato d’isolarle stando però attento a non privarle, fuori dal contesto, del loro vero significato.

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