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Racconti

Questa sezione contiene racconti di vario tipo. Diversità relative alla misura (racconti brevi e lunghi) e alla struttura (dialoghi, dittici e trilogie) ma coerenti nella forma e nel contenuto.

 

 

Fluvialità

AVVERTENZA

Il primo racconto è tratto da Tempo capitale, gli altri tre da Sverze (uno, Il volo, è contenuto con una terna di altre “sverze” in un libriccino stampato, nel gennaio 2020 in 50 copie non numerate, a cura dell’autore e donato dallo stesso quale “omaggio epifanico”, alle persone a lui più care). La poesia è la diciannovesima della silloge Arsenali comuni, la “divagazione linguistico-letteraria” appartiene infine a Verbaio. Divagazioni linguistico-letterarie, testo pubblicato in formato elettronico.

 

(da L’INTERVENTO)

1

I due commessi avevano finito di posare le bottiglie e i bicchieri di vetro sui banchi disposti “a ferro di cavallo” e cominciato a sistemarvi sopra i cartellini con i nominativi dei consiglieri, lasciando al loro posto fisso sul bancone centrale quelli degli assessori e del sindaco, quando nella grande sala del palazzo comunale entrava […] una coppia di assistenti tecnici i quali […] avrebbero curato l’audio-registrazione e provveduto alla riproduzione cartacea degl’interventi che si sarebbero succeduti nel corso della seduta pubblica del consiglio comunale il quale – data la lunga serie di argomenti all’ordine del giorno – si sarebbe protratto probabilmente per l’intera giornata.

 

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Scadenza

(da breve nota introduttiva dell’autore)

Come lascia intuire l’intestazione questa premessa non è altro che una “noticina” personale a una stringata trilogia narrativa in forma di anello recante incise le cifre di un unico tema: quello della scadenza.

Nelle pagine dei racconti seguenti tale tema (parola da me sempre intesa sia nell’accezione di ‘argomento’ sia in quella di ‘timore’) ha naturalmente il significato di un limite la cui durata può variare, come il formato della terna novellistica, ma il cui esito è fisso al pari della vita stessa. Un destino inevitabile, affatto scontato però per chi seguita a nutrire la convinzione che il decorso del “male di vivere” di cui l’uomo è vittima fin dalla nascita ma anche attore decisivo – almeno quanto la perversa regìa dell’odierno sistema capitale – durante tutta la sua cronica esistenza. […]

Mentre il racconto iniziale e l’ultimo – che ne è per l’appunto l’ampliamento – sono legati a desolate e disperanti scadenze monitorie, il secondo rappresenta fin dal titolo (l’incontro) il sussultante, fiducioso tentativo mosso dalla coraggiosa paura di dover sopravvivere senza poter porre scadenza alla separazione di mondi diversi dalle vite uguali attraverso l’anacronismo apparente del baratto fra i due protagonisti del racconto. Di uno scambio, cioè, […] necessario a rinvenire la semplicità indispensabile ai bisogni essenziali e ai desideri veri di relazioni umane profondamente significative. […] che il protagonista principale dell’ultimo racconto della trilogia aspira […] a riannodare altrove. Per la precisione al di là di una frontiera la cui dogana è disseminata di dazi tanto esosi e gratuiti quanto di rivelazioni atroci e spietate dai profitti gravosi e implacabili a cui Fosco Malvivi non può tuttavia sottrarsi se vuole raggiungere e varcare il confine oltre cui, credendosi estraneo al «mondo imperante sulla vita assente», continuare a (r)esistere sino all’ultimo.

(da il lasciapassare)

 

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Trilogia del presente

Se il tempo presente è una lapide stesa su una vita senza scampo e su un mondo senza rimedio gli uomini ne sono gli abusivi “morti viventi”. Scaglie umane che si aggirano smaniose d’incontri e al contempo intimorite dalle possibilità che essi avvengano.

D’altronde la coraggiosa sopportazione del presente da parte di qualche raro e prezioso individuo non significa necessariamente che ciò possa sanare ferite personali né quelle inflitte dagli uomini alla loro specie.

Una semenza il cui unico fine pare essere la propria fine. Una specie i cui rapporti veri sono ormai ridotti al lumicino. Relazioni umane senza valore sulle quali il mondo capitale sembra dilagare e avventarsi con la sua ascia scintillante che allunga e spande il prezzo esoso della sua ombra sulla loro lastra tombale.

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Esecuzioni

(da premessa)

Qualche tempo fa l’autore m’inviò una lettera nella quale annunciava di aver scritto una breve «opera mobile», intitolata soggiorni, di cui la stessa missiva sarebbe stata l’introduzione che io avrei dovuto far precedere, se fossi stato d’accordo, da una stringata avvertenza. Impegno che assolsi nella convinzione che sarebbe stato il mio personale contributo a un’opera narrativa singolare e, come si dichiarava nella lettera, «sicuramente definitiva e irripetibile».

Invece Sauro Largiuni fu bugiardo allora e, per fortuna, mente anche adesso. Perché? Evidentemente il sortilegio di una tale menzogna non ha esaurito i suoi effetti. Di conseguenza l’autore non ha ancora soddisfatto il bisogno né smesso d’inseguire il desiderio di «mostrare come uno scrittore, contando su pochi e preziosi “materiali di base”, possa adoperarli e modellarli per creare – come un lievito il cibo o le scintille un falò – forme di racconto nuove, differenti fra loro eppure interconnesse e al contempo perfettamente autonome.»

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Vacanze

(da la sonata)

Per rammentare meglio la serenità della villeggiatura trascorsa fra i monti l’uomo aveva scelto di onorarla facendo l’ultimo giorno una passeggiata più lunga del solito. […]

Quando arrivava in cima l’uomo aveva una sgradita sorpresa. Su un cartello di legno − appeso alla porta su cui rintoccava ad ogni refolo − qualcuno aveva inciso l’avviso che il rifugio era chiuso. Stanco e deluso egli, risalendo i pochi scalini di pietra battuti con il suo bastone da montagna, si sedeva sull’asse della panchina sotto la veranda.

Steso sulle cosce il bastone, l’uomo si guardava intorno. […] D’un tratto però l’attenzione della vista lasciava il posto allo stupore dell’orecchio. Sorpreso e subito attratto dal suono inatteso di un pianoforte proveniente dal secondo piano sigillato della baita chiusa.

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Condanne

(da nota introduttiva)


    Sebbene rimanga convinto dell’importanza secondaria dei fatti autobiografici ai fini della stesura di una storia inventata non posso certo escludere che essi possano essere opportunità di narrazione.
Come per questi due racconti inseriti all’inizio nella raccolta TEMPO CAPITALE e solo in seguito congiunti nel dittico presente per le ragioni spiegate più sotto.

Nel caso de l’assenza tutto si è messo in circolo a seguito di un’accusa inattesa e ingiusta che mi ha fatto masticare amaro di cui, però, ho saputo trasformare i veleni orali in antidoti scritti. Per quanto riguarda invece l’appello gli spunti sono due. Il primo risale al racconto – ascoltato alla radio – di un ebreo deportato e destinato alla “soluzione finale” in un campo di sterminio. Secondo tale testimonianza radiofonica il momento più atteso e temuto era quello nel quale, al risveglio, veniva fatto l’appello dei prigionieri al centro del piazzale. L’altro spunto scaturisce dalla forte impressione che ricevo e subisco ogni volta che assisto a imponenti, “oceanici” e incontrollabili raduni di folla. Un turbamento intenso e profondo che negli ultimi tempi, ossessivamente favorito dai mass-media, ha avuto modo di manifestarsi più volte. Fino a innescare, fondendosi alla storia dell’ebreo, la miccia del racconto.

In ogni modo poiché i temi delle accuse, delle sentenze (primo titolo provvisorio del dittico) e delle pene scontate, caratterizzano entrambi i racconti ecco la ragione per la quale li ho riuniti in CONDANNE.

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Sverze

(da lettere a peter)

[…] questo il senso dei testi che scriverò, salute permettendo, nell’ultima fase della mia attività letteraria: righe di parole concentrate in pochi rari fogli. Di conseguenza SVERZE non può che essere il titolo di una serie di racconti brevissimi (una o due pagine al massimo) da scrivere […] quando cioè smetterò, come sai, ogni ambizione editoriale tuffandomi e rigirandomi nel vizio dei piaceri e nella condanna delle pene di tali rossiniani “peccati di vecchiaia”. […] In ogni caso, lo ripeto, costituiranno di sicuro […] lo scopo e l’impegno esclusivo della mia produzione finale a cui in effetti, forse esorcizzando o prevedendo il suo immortale anonimato, ho già dato il via. Alcune sverze infatti le ho già scritte. Te ne mando, qui di seguito, un paio che potranno esserti utili a comprendere meglio ciò che credo possa interessarti maggiormente, cioè le loro ragioni, le loro forme e i loro esiti narrativi.

2012 VIII 07 

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Domini

(da giulio e simonetta)

Stavolta allo spegnimento delle luci e alla fine della musica in sala il pubblico restava qualche istante interdetto e anche gli applausi seguenti erano scarsi oltre che freddi e di pura cortesia, tanto che la pausa dell’intervallo prevista per offrire il ai tavoli appariva sicuramente ben accetta sia dagli spettatori sia a chi aveva organizzato e promuoveva la serata letteraria.

   Forse anche per questo, un quarto d’ora dopo, il presentatore evitava persino la sua introduzione invitando subito alla lettura – ripiombata la sala nel buio penetrato dal fascio luminoso sull’attore e dall’avvio del primo brano musicale – dell’ultimo racconto.

   «Perché non riprende il racconto dal punto in cui è rimasto ieri?» dando C.R. un lesto sguardo oltre la veranda e prendendo fra il pollice e l’indice destri il calice del vino posato sulla soglia di pietra che correva sotto i quattro grandi vetri.

   «Se non sbaglio,» rispondeva un po’ incerto A.P. «eravamo arrivati...»

   «a quando Giulio, il suo liceale prediletto,» l’interrompeva R. stringendo impaziente fra le dita dell’altra mano il mezzo sigaro, dando così a P. il tempo per spengere la sigaretta e, schiacciandola ripetutamente nel posacenere, a ripigliare forse il filo del ricordo «si divertiva insieme a un gruppo ristretto di amici e compagni di scuola, a scorrazzare con la moto da cross tra i sentieri sconnessi e le stradine sterrate della vasta riserva di caccia attorno a “Villa La Reggia”, residenza di campagna dei suoi genitori…»

   «Sempre più appassionandosi, ora lo rammento,» lo troncava A.P. premendo con forza e schiudendo quindi il cencio di lana, custode della manciata di caldarroste, affondato nel bricco di alluminio tonfato in più punti «alla caccia della selvaggina – già spaurita dai latrati dei cani delle battute paterne e dopo dal rombo dei motori – facendosi largo talora fra la vegetazione più fitta con asce e segoli per rendere migliore la visuale e sparare più efficacemente con i loro fucili e le loro pistole»

 

«Ma se non sbaglio ieri mi aveva accennato a…»

 

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Il congedo

(da il messaggero)

L’uomo era tornato a lavorare dopo lunga assenza per una malattia che ne aveva minacciato seriamente la salute. Appariva quindi impaziente di comunicare agli altri la decisione presa. Ma negli uffici del palazzo tutti sembravano pensare solo alle vacanze ormai prossime e nessuno pareva badare a lui fra i corridoi e le stanze del grattacielo di vetro e acciaio.

Ognuno aveva in braccio sempre qualcosa da riporre e ordinare. E anche chi l’aveva già fatto era pronto per andare a prendere o spostare qualcos’altro.

Ben presto, quindi, l'uomo aveva principiato a fare tutto come gli altri, pur cercando di compierlo il più possibile da solo. Come se, non potendo scansarlo, volesse almeno evitare in ogni modo la fretta e le aspettative vacanziere che parevano animare gl'intenti e le azioni di tutti.

Mai come in quel momento forse anche per la serietà di quel che non riusciva a dire si era sentito tanto estraneo quanto inetto a confessare agli altri ciò che doveva […]

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