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Conquista

    “Il posto, sia dal lato personale sia da quello materiale, mi è odioso. Tutto mi dà fastidio; tutto mi incretinisce; tutto mi nausea. Sento chiaramente che sarei sempre infelice e diventerei psicopatico e malinconico. Ho vissuto tempi spaventevoli. E ciò che sarebbe dovuto accadere, doveva accadere presto. Ancora forse possiedo l’energia, l’elasticità di avviare di nuovo le cose così bene come erano fino al giorno in cui mi fu offerto questo posto sciagurato. La saggezza degli uomini non mi serve a nulla. Ciò che mi possono dire me lo sono detto da me in 100 ore insonni. Infine dovrò pure ritrovarmi e scambiare le giornate comode (comode nonostante il loro pauroso contenuto) con giornate di lavoro. Non si può andare contro la propria intima natura, e nel cuore di ognuno c’è qualcosa che, quando il cuore la aborrisce, non si può né placare né superare. Dovevo decidere se, per la sicurezza esteriore, dovevo fare una vita ottusa, senza luce e senza gioia.”.

    Dopo avere riletto ancora una volta in silenzio il brano della lettera di Fontane anche quel giorno Carlo Rossi si era ripetuto le stesse domande e le medesime risposte nell’ufficio dell’ente pubblico nel quale lavorava da anni. Egli sapeva però che ormai la greve e implacabile stanchezza che esse gli procuravano non era comune a nessun altro ma riguardava soltanto lui. Per questo i loro strascichi avevano seguitato a occupargli la mente persino quando – chiuso lo sportello al pubblico come a serrare l’unica finestra sul mondo – aveva lasciato il banco ed era uscito dall’ufficio per pranzare nel vicino ristorante del Caffè degli Archi.

    Anche lì aveva atteso come sempre e ovunque gli piaceva fare. Ora aspettando dopo la fine del pranzo nella saletta del bar, allora nella pretenziosa hall della pensione – poco lontana dalla principale stazione ferroviaria della città – nella quale aveva incontrato l’ultima volta Emma Gastaldi, sua fidanzata e promessa sposa. Non per nulla quando il giovanissimo cameriere arrivava posando sul tavolo la tazzina e il bicchiere con l’acqua a lui erano parsi bastare l’aroma e il sapore del caffè a rammentargli il momento preciso di quell’incontro avvenuto alcuni anni prima.

    Anche quel giorno, infatti, stava assaporando l’attesa bevendo un pessimo caffè fuoriuscito dalla moka della petulante e trasandata portiera padrona della pensione che con vischiosa e finta cortesia glielo aveva offerto. Ma forse gli sembrava ancora più cattivo per l’amaro che non riusciva a togliersi di bocca pensando a quello che doveva dire alla sua fidanzata. Uno strenuo assedio muto dal quale non sapeva difendersi nonostante dovesse servire a liberarli entrambi. Una confessione che lo preoccupava e innervosiva a tal punto da rendergli impossibile perfino concentrarsi sulla lettura del giornale stretto in mano. Nemmeno sulle pagine di cronaca locale che anzi svoltava alla svelta, senza un minimo interesse che neanche la luce della lampada – accesa a illuminare la poltrona di velluto liso e la stanza leziosa e cupa – era capace di risvegliare […].

 

POSTFAZIONE

    […] Una totalità, per dirla ancora con Lukács, «perduta ma non dimenticata» di cui il romanzo, più di ogni altro genere letterario, rappresenterebbe la “nostalgia”. L’aspirazione cioè, essendo stato il mondo abbandonato da qualunque dio e avendo smarrito ogni senso, a ritrovarla superando la distanza fra la sua perdita e la sua memoria mediante il ponte-romanzo «lanciato sull’abisso», capace al contempo di scrutarlo e di tendere a superarlo.

    Ma questo tentativo è pur sempre una finzione letteraria tanto più dissonante dalla realtà poiché, mostrandosi come una totalità completamente inventata e rinviando a una realtà “altra” dal romanzo stesso, ambisce a seguire una rotta ampia e precisa in un mondo angusto e senza bussola. E ciò, come bene afferma il grande critico magiaro, non può non produrre ulteriori effetti. Per esempio «determina anche la psicologia dei suoi eroi: essi sono dei “cercatori”». Segugi umani consapevoli di dover cercare senza poter trovare altro che la propria disfatta e non certo la capitolazione di un sistema economico-sociale pur nemico della vita e indegno dell’uomo. Come tragicamente dimostra il crollo finale sotto le cui macerie l’uomo, contrariamente a quello della “enorme esplosione” palingenetica conclusiva de LA COSCIENZA DI ZENO sveviana, resta sepolto ma sopra le quali un capitalismo pur piagato riesce ancora ad imporre i suoi guizzi ferali e a rinnovare sempre il suo sinistro ed espanso dominio planetario. E un tale ineludibile fallimento si configura anche in CONQUISTA come la vera e propria individualità dei personaggi di ogni romanzo […].

Peter Sagen