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Una vecchia gioventù

 Questo romanzo s’ispira solo in parte – e in modo largamente immaginario – alla vita e all’opera del poeta sloveno Srečko Kosovel (1904-1926). Meno gratuita – e più tenacemente reiterata – è invece l’analogia tra la sua figura (genius libri), la sua breve intensa vicenda esistenziale e poetica e il febbrile, decisivo quarto del secolo scorso.

    Anni lesti, controversi e combattuti che attraverso città, avvenimenti e uomini affatto riconoscibili hanno segnato il “codice genetico” della cultura del Novecento. O almeno di quella di chi si picca ancora di pensare alla letteratura – così come a ogni altro prodotto artistico – come a un manufatto civile. A un’opera, cioè, che spesso è stata compiuta da quelle cosiddette “meteore” cui, nel nome di Srečko Kosovel, questo scritto è dedicato e obbligato.

    Uomini, cose, schegge della poesia le quali, saettando via fulminee, aggredite e vinte dalla vita mordace, restano pur tuttavia conficcate per sempre nelle carni tigliose del proprio - e nostro - presente. Realtà così insensata e incurante che preferisce consegnare la loro sorte ai romantici e incalliti cultori della rassicurante “genialità maledetta”. O affidarla, a detta di Menandro, agli dei ai quali pare sia così cara da abbreviarla alla svelta. Ben prima che il tempo e lo Stato delle cose possano affondare nelle costole della loro geniale vecchia gioventù le lame dei loro coltellacci balenanti nell’aria marcia.

S. L.

III.

Le terme

        La notte non era ancora finita quando l’ingegnere era stato svegliato di soprassalto. Prima dai colpi su una spalla del suo bastone nelle mani di uno e poi dalle puntate sugli stinchi di uno stivale dell’altro dei due apparsi con una torcia elettrica accesa sulla soglia dell’imbocco.

    «Su… avanti, alzati! Visto che sei arrivato fin qui ora devi seguirci.» intimava il primo battendogli la suola col bastone mentre il secondo gli sparava sugli occhi la torcia.

    «Ma cosa volete ancora?» dimostrando di non avere bisogno di accorgersi che non erano gli stessi che l’avevano portato al presidio per riconoscerne la supremazia «Mi sono fermato qua soltanto per passarvi la notte, per riposare e ripartire alla ricerca delle...» interrompendosi di colpo come temesse di svelare il suo incarico.

   «Pretendi che ti crediamo? Ma non ti affannare a tacere. Sappiamo bene qual è il tuo compito: per questo non potevi che giungere fin qui. In un posto che nessuno conosce e di cui si deve continuare a ignorare l’esistenza».

   «Ma dove? Dove sono capitato? Dove mi trovo?» cercando di alzarsi aggrappandosi al bastone che il primo gli puntava sul petto.

   «Perché ti agiti tanto?» sfilandogli la presa sollevando il legno «Non sei contento che le tue ricerche ti abbiano condotto fin qua... eh? ...eh?» spingendolo con la punta fino a farlo indietreggiare nel fango e accostare ancora il groppone alla roccia dell’imbocco.

   «Non vorrai mica darci a bere che non hai mai sperato di giungere a quello che la tua indagine avrebbe dovuto svelarti» accompagnandone il secondo l’intimorito rinculo con sciabolate di torcia in viso «e ora che ci sei arrivato vorresti tirarti indietro e tornartene subito al presidio?» lasciando cadere il bastone il primo e spengendo la pila il secondo non appena egli toccava la pietra umida con le spalle. Poi entrambi, mentre il professore si toccava gli occhi ancora accecati, si allontanavano verso il budello fiocamente illuminato che incominciava a scendere poco lontano da lì.

   «Cosa fate? Dove andate? Non potete lasciarmi da solo proprio ora!»

   «Ma tu non devi restare solo. Noi non possiamo abbandonarti qui.» ridandogli il legno e, sorreggendone le ascelle, aiutandolo il primo a rialzarsi.

   «Adesso vogliamo portarti con noi. Devi vedere quel che è capace di donare la palude. Ciò che di raro e prezioso essa custodisce nelle sue viscere.» facendogli strada il secondo con la torcia nuovamente accesa la cui lingua lucente pareva accelerare, leccandola sempre più svelta, lungo la china.