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De schola

(note di un ex maestro in servizio)

AVVERTENZA

Probabilmente l’opera presente sconterà sempre il ritardo con cui sarà pubblicata la prima volta. Tuttavia poiché gli eventuali adeguamenti e aggiornamenti poco o nulla avrebbero aggiunto o tolto alla forma e al contenuto dello scritto l’autore ha scelto di rinunciarvi.

GENETICA

letteratura e istruzione

(intervento a Convegno)

 

«Vi giuro, signori, che vedere troppo chiaro è una malattia», così parla un personaggio delle Memorie del

sottosuolo di Dostoevskij.

 

   In realtà una simile malattia non è certo mortale come la vita. Tuttavia è certamente sgradevole, anche se talora è benefica. Specialmente quando permette d’individuare la perdita di ragioni della scuola attuale ma anche delle motivazioni profonde e irrinunciabili che spingono allo studio. Perciò anche se le considerazioni seguenti scaturiscono dalla mia esperienza di scuola elementare esse potrebbero e dovrebbero essere estese a ogni «agenzia del sapere» della società d’oggi.

 

   Ma non è questa la sede e poi non è necessario. La scuola infatti, essendo nello stesso tempo fattrice e collettore
di conoscenze, abilità ed esperienze, risulta un osservatorio privilegiato, un’affidabile stazione di rilevamento dello
stato dell’istruzione e della cultura nazionali. Per questo pur non covando più alcuna speranza negli adulti del
nostro tempo non posso negare ai bambini
per banale calcolo delle probabilità e incontrastato fluire del tempo
qualche minima, fosse pure unica, possibilità di scamparla prima di adulterarsi.

 

   Tuttavia per far ciò, per eseguire anche a scuola quel finale di partita che, pur giunto da tempo, non sembra
concludersi mai; per coltivare il paradosso di poter vivere solo di ciò che è continuamente ucciso; per seguitare
a scavare le tane e i cunicoli nei quali accogliere, nascondere e custodire i semi più delicati e preziosi occorre
farsi talpe.

 

   In realtà tale pratica quotidiana non ha niente di eroico né di consolatorio se non l’ostinazione disperata di chi sa
che non può puntare ad alcuna vittoria ma soltanto e perennemente alle infinite e sfiancanti battaglie della sua
attività sotterranea.

 

   Un’occupazione faticosa ma ineludibile che talvolta, nel buio d’interminabili gallerie o nella semioscurità di qualche
loro
interstizio, può riservare delle sorprese. Rivelazioni che, superati i primi impacci e imbarazzi, possono
assumere anche sembianze sorprendenti e tratti confortanti. Come quelli
per tornare al tema specifico della
scuola
descritti nella lettera al Direttore di un fascicolo semestrale di didattica e dialettica scolastiche (1)
purtroppo chiuso, pochi mesi dopo, alla fine del terzo anno.

 

   Una lettera, professionalmente parlando, forse “testamentaria” per C.M. che la scrive e che io penso valga la
pena (avrei voluto scriverla io!) citare qui di seguito per intero.

 

   «Se le osservazioni di questa mia fossero state fatte fuori da questi fogli di discussione sarebbero apparse probabilmente inopportune e sconvenienti. Specialmente per chi favorito da appassionato distacco e sdegnando per giunta medaglie e miraggi didattici trova difficile, se non vano, occuparsi di questa scuola. Come me che, però, per fortuna, faccio il maestro solo per campare. Tanto più che da un po’ di tempo mi succede un fatto strano.

 

   Quando sono con gli adulti capisco sempre meno perché faccio scuola, mentre in mezzo ai bambini ho via via più chiaro come farla. Quanto difficile e faticosa sia, cioè, la semplicità necessaria a cercare di ottenere il meglio possibile da tutti con la minima spesa richiesta a ognuno. E, forse, sta proprio qui il mio errore.

   Sbaglio, forse, a pensare che il mestiere di maestro si giochi ancora non tra le smanie del nuovo o i freni del vecchio, fra il troppo da inseguire o il tanto da promuovere, quanto fra le molte, preziose incertezze e le rare, fugaci sicurezze donate dal poco che «valga la pena di essere insegnato», che risulti cioè efficace o non (perciò indispensabile o meno) nell’attività didattica di tutti i giorni.

 

   Sbaglio, forse, a pensare d’imparare a insegnare a saper spendere per non sprecare restando, nei limiti che mi sono concessi, fuori dai febbrili progetti come dai corsi rincorsi che senza soluzione di continuità e incontenibile attivismo sembrano animare il mio Circolo Didattico il quale pare debba a essi non solo la propria qualificazione ma anche ogni avvenire didattici. 

 

   Sbaglio, forse, a pensare che quello che conta davvero nel fare scuola non si vede né si vende facilmente dato che grazie al mondo guasto degli adulti ha costi sempre più alti, guadagni via via più scarsi e possibilità d’investimenti minimi per i piccoli d’oggi grandi domani... O, forse, più semplicemente, sbaglio a pensare.

   D’altra parte se tenessi a questa scuola ingravidata da un presente che la protegge e non la riconosce inseguirei ancora quei confronti, quelle discussioni sul fare scuola che in altre sedi non hanno mai interessato...
Ma io, per fortuna, faccio il maestro solo per campare.

   Se veramente tenessi alle «magnifiche sorti e progressive» della scuola odierna denuncerei ancora una volta la leggerezza, l’arroganza, la presunzione e sopra tutto l’ignoranza (la quale ormai fa opinione) che, contagiando il presente, minacciano con i bambini non più la speranza ma perfino la possibilità di un futuro almeno tollerabile...
Ma io, per fortuna, faccio il maestro solo per campare.


   Infine se tenessi alla scuola attuale dovrei saper riconoscere quali sono le “sfide” vere. Quelle, cioè, di cui devo rispondere e che avvengono (lo creda o no anche chi è convinto di essere entrato in una nuova era didattica) unicamente fra i banchi di prova di ogni classe, sia essa aperta, accostata o chiusa... Ma come ho fin troppe volte ripetuto
forse annoiando e perciò scusandomi con il lettore fortunatamente faccio il maestro solo per campare... Almeno finché, abbuiando la ragione, non mi si voglia davvero far prendere «lucciole per lanterne». Per esempio cercando d’istigarmi a credere, con una fede che grazie a dio non ho, che bastino l’autonomia scolastica e le sue «corse all’oro», la «griglia dei saperi», le reti multimediali, l’affezione per il territorio e il trasporto per le sue residenti creature a contrastare la sconfitta trionfale della cosiddetta “società civile” alla quale la scuola, ubbidendo al principio dei vasi comunicanti, cerca di rassomigliare sempre di più. Purtroppo, o per fortuna, ci vuole ben altro! Purché non sia troppo e… già troppo tardi.»

 

   Comunque la si pensi al di là delle graffianti battute e dello “scenario critico” esposto nessuno può negare a una lettera simile di voler sostenere con sincerità e coraggio chi intenda ancora nella scuola guardare ai fatti con i propri occhi e compiere atti con la propria testa. Sopra tutto se si pensa ancora, come un grande direttore d’orchestra tedesco del secolo scorso, che «maestro è chi per anni, con coraggio e pazienza, ripete e insiste a insegnare le poche cose essenziali da imparare». Le uniche a cui aggrapparsi per suscitare, se non l’accenno di un dibattito in questa sede, almeno qualche spasmo di riflessione fuori di qui.