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Necrofanie

Testo per conferenza

Questa relazione si rifà, quasi integralmente, al mio intervento pubblicato negli atti di un convegno letterario di qualche anno fa (onde di terra, percorsi nel paesaggio letterario della Toscana, p.p. 67/72, Firenze 2001). Un testo tratto dall’introduzione a un libro non più in corso – come affermava allora la nota – tuttavia ancora inedito nel quale ho inteso raccontare in maniera volutamente infedele territori, paesaggi, luoghi e manufatti italici. Una guida letteraria che si propone di scorgere e annodare, là dove sia possibile, i fili correnti fra alcune civiltà ed epoche italiche. […]

A tale scopo la guida ha come bussola e rotta una delle più antiche civiltà italiche: quella degli Etruschi o, come si chiamavano loro stessi, dei Rasenna. La più vicina e radicata in me ma anche fra le più sotterranee visto che gran parte della sua conoscenza si deve sopra tutto alle sue necropoli. A queste «città dei morti» che sanno essere – con il silenzio degli ipogei e la bellezza dei corredi funerari – spesso ben più e meglio eloquenti delle attuali, convulse e sinistre “città dei vivi”. Capaci, con crescente insensatezza e violenta indifferenza, d’irretire la vita e di scacciarne l’uomo ferito o storpiato il quale, però, deve a entrambe le città le tragiche rivelazioni del suo destino indicate fin dal titolo di questa conferenza.

Di conseguenza la guida è in gran parte suddivisa in nuclei di lucumonie e necropoli etrusche da cui, però, si dipartono per ragioni di evidenza storica e archeologica ma anche per necessità d’invenzione artistica e letteraria svariate altre stazioni di transito. In tal senso possono sembrare – ma non più di tanto – ceppi riuniti un po’ forzatamente, se non artificiosamente. Mentre in realtà essi rispondono, lo ripeto, solo all’esigenza di svelare le risposte, di rimarcare le palesi «contaminazioni» delle humanitates. Sopra tutto perché i loro comuni tratti fondamentali, tipici delle culture protourbane, non possono che perpetuarsi in forma di lascito o di perdita nella civiltà occidentale, metropolitana per eccellenza. […] “Città dei morti” i quali a loro volta – circondati dai riti familiari con cui venivano accompagnati e dagli oggetti quotidiani lasciati accanto a loro nelle tombe – rivendicano a nome e in memoria dei viventi che lo hanno svenduto un fortissimo attaccamento alla vita. Un destino inevitabile che tuttavia si tenta di allontanare ancora una volta e in un ultimo respiro artistico, ostinatamente rincorso e scorto transitare nella guida anche in altri luoghi oltre che in epoche e opere successive, con la creazione di superbi manufatti sia metallici sia fittili. Prodotti tra i quali, però, non è forse un caso che quelli letterari compaiano (quando non si tratti di epigrafi celebrative o atti notarili) per la maggior parte in latino quali appartenenti alla Etrusca Disciplina. All’arte mantica, cioè, dell’interpretazione del destino o – come potremmo dire oggi se l’affidassimo ai poeti e non ai millantatori – del nostro presente. Di un tempo di cui gli Etruschi, avvertendone profondamente (come pochi italici e certo più degli italiani attuali) le insidie e l’angosciante precarietà, intendevano con tutte le forze godere e perpetuare non solo la durata ma anche la vera “gaia” conoscenza.

Subdola congiura questa della condizione umana – costretta a profittare della vita proprio quando essa il più delle volte si va esaurendo – nella quale non è difficile riconoscere, quale ultima e decisiva necrofania, la contiguità con l’uomo di sempre.

 

Marzo 2001