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Il siero futurista

(testo dell’intervento alla Biblioteca della Galleria degli Uffizi di Firenze) *

   La lettura del libro “Lucio Venna, il siero futurista” e sopra tutto la sua presentazione qui e in questa città mi hanno offerto lo spunto per qualche considerazione premeditata che, per sveltire i tempi e non rubare troppo spazio a altri interventi, ho deciso di mettere per iscritto.

 Innanzi tutto è circostanza davvero singolare che un libro su un artista del Futurismo venga presentato in una biblioteca e, per giunta, in quella di un museo. Sia cioè tenuto a battesimo (e questo, beninteso, va a merito degli attuali padrini) in uno di quei sepolcri passatisti che le pattuglie di Marinetti avrebbero voluto violare e far volare in Arno.

   Ma i tempi cambiano, così come forse i musei. Meno sicuro è invece che la Firenze di oggi sia poi tanto dissimile da quella “spellata” dal fiorentinissimo e veloce futurista Papini su Lacerba: «... città dove non ci sono che fabbricanti di pitture e sculture antiche, restauratori e ripulitori di roba antica, custodi e guardiani di anticaglie, sensali e commercianti di oggetti antichi (..) una città dove tutti, (..) non son altro che servitori umilissimi e succhiatori vilissimi di tutte le scimmie transalpine e transatlantiche che sbarcano alla stazione di Santa Maria Novella».

   Comunque sia o la si pensi è innegabile che l’ambiente fiorentino di allora non fosse preparato a accogliere gli scossoni di un simile movimento. L’unica avanguardia culturale italiana che, avendo della propria epoca una «concezione nettamente rivoluzionaria», non poteva che aver fulcro e trarre spinta dall’idea di modernizzazione del Paese. Un tentativo questo sincero e coraggioso, pur svolto spesso in modo contraddittorio, che trovava naturale alimento nell’industrializzazione delle grandi città del nord. Mentre a Firenze — dissipati i beni rinascimentali e consumati i fasti risorgimentali dell’ex capitale del Regno — era destinato inevitabilmente a impantanarsi, se non esaurirsi, ancora prima.

   Anche per questo, quindi, è difficile non condividere quanto afferma Fidolini nel suo libro [p. 54, righe 30/37]. Occorre se mai aggiungere, concludendo, che col tempo gli occhi a rinculo di tanti fiorentini si sono spenti. Atrofizzati come quelli delle innumerevoli talpe che si aggirano tra i mercati e le gallerie d’arte a trasmettere quel contagio inarrestabile i cui effetti — a giudicare da talune affermazioni del postscriptum [p.112, righe 6/20] — paiono aver colpito, dopo il suo Venna, anche l’opera pittorica dell’autore del libro in questione.

5 II 1999

 

*Per una serie di circostanze la lettura non è avvenuta e questo contributo è rimasto finora privato.