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Dialoghi terminali

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sauro largiuni è nato a San Giovanni V. no (Ar) nel 1953.
Ha pubblicato per una guida letteraria (2001).

Chi legge questo libro si trova di fronte alla coraggiosa sopportazione del tragico presente da parte dei protagonisti dei dialoghi. Questo non significa però che essa riesca a sanare ferite personali né quelle inflitte dagli uomini alla loro specie. Una semenza ammalata di benessere il cui unico fine pare essere la propria fine. Una genia le cui relazioni autentiche sono ormai ridotte al lumicino (terminali appunto se non già postume) e sulle quali, soffermandosi sulla copertina, sembra dilagare, avventarsi e freddarle al suolo la lastra tombale del pavimento. Lapide su cui s’allunga l’ombra sicaria del puntale d’un ombrello. Se non la stessa almeno molto simile a quella «lunga di un albero che pareva aspettare il momento buono per conficcargli alle spalle, tra le costole, la sua lama scura e affilata» con cui si chiude l’ultimo dei dialoghi terminali. Opera che, rifacendosi al modello delle leopardiane Operette morali, è fatta di tre variazioni su un unico tema: la condizione umana contemporanea.


Naturalmente ciò assume in ogni dialogo forme e peculiarità differenti. Infatti nel primo (dialogo dell’artista e del medico) lo stato presente dell’uomo è raccontato attraverso il rapporto fra arte e scienza qui rappresentate dalla letteratura e dalla medicina. Una relazione contraddittoria, spesso conflittuale, basata comunque sul destino dell’uomo d’ingegno. Una condizione espressa con estrema lucidità nel brano seguente di una lettera di S. Freud a W. Fliess: « […] non sono altro che un conquistador per temperamento – un avventuriero, se volete tradurre il termine – con la curiosità, la baldanza e la tenacia proprie di quel genere d’individui. Tutti li considerano preziosi se riescono, se hanno davvero scoperto qualcosa; altrimenti li gettano da parte, e ciò non è certo ingiusto […] ».

Nel secondo (dialogo del disertore e dei beni) oggetto della narrazione è la resa incondizionata della bellezza al feroce trionfo del mondo che non si fa scrupolo di usare a tale scopo la vita come esca. Non a caso gli oggetti d’arte raccolti dal protagonista del dialogo sono chiamati a testimoniare la mortificazione del presente ma anche a rivendicare, in quanto beni, sia l’importanza che l’unicità della loro presenza. Sopra tutto nei confronti di un uomo, costretto alla diserzione da una realtà insensata, di cui costituiscono ormai l’esclusivo e oneroso patrimonio. E quando la vita sembra irrompere il mondo l’accerchia e, come nella cechoviana Corsia numero 6, impone la sua inesorabile supremazia.

Il terzo e ultimo (dialogo del cieco e del poeta) è il più breve. Nelle sue cinque pagine, però, l’autore ha inteso parlare dell’avvenire di un tempo affidato a chi non ha saputo prevedere e non può perseguire il proprio (il cieco) sfiduciando invece i soli uomini (i poeti) in grado d’inseguire la loro sorte e, commuovendo il pensiero, di rischiarare e talora perfino prevedere, se non la propria, quella degli altri.

 

(da DIALOGO DEL CIECO E DEL POETA)

 

Poeta: «Insomma, giacché non mi dai tregua, che ti aspetti di leggere nella mia mano?»

 

Cieco: «E tu... che hai sempre cercato di sfuggirmi?»
 

Poeta: «Nulla. Per questo sono qui: per spiegarti il mio disinteresse per le tue pratiche e...»
 

Cieco: «Perché allora non esiti a ritrarre la mano che un momento dopo mi rimetti davanti?»
 

Poeta: «Non lo so...» allungandogliela quasi tremante «forse per capriccio...» bloccandola per un istante come ad arrestare o a far scorrere un pensiero irresistibile «o forse per soddisfare l’azzardo che, nonostante la vita migliore sia quella futura che non si conosce, c’impedisce di eludere il rischio di sapere quel che ci aspetta giustificando così la ragione e giustiziando la vita.» porgendogliela con decisione quasi a sfiorargli il risvolto della giubba.

Il cieco, sorpreso, era rimasto di colpo in silenzio. A lungo, quasi a prendere tempo o, forse, a rimarcare che poteva permetterselo. Quindi, non lasciandosela sfuggire ma appena sorreggendo la mano del poeta, aveva ripreso a parlare.

Cieco: «Ma allora» con il tono di chi era ormai consapevole di avere il coltello dalla parte del manico «se codesto rischio è per te ineludibile perché ti sei sottratto più volte alle sue lusinghe?»

Poeta: «Perché prima di accettare la resa incondizionata ad esso occorre essere sicuri di non attendersi più nulla. I colpi di coda dei desideri come dei bisogni sono i più pericolosi... se non addirittura fatali per chi, incapace di difendersene, dà loro corda... la stessa che con il disinganno potrebbe strozzarlo.»

Cieco: «Tu sei fra questi?» serrandogli con forza la mano nelle sue.

Poeta: «Veramente» sfilandola lesto per affondarla subito nella tasca del cappotto «questo dovrebbe essere affar tuo... non credi?» accendendosi una sigaretta e aspirando lentamente. Poi, assaporando il fumo e seguendo calmo le volute, seguitava come chi fosse certo di avere di colpo disarmato l’avversario. «Dovresti tu spiegarmi perché, malgrado i miei reiterati rifiuti, hai continuato a insistere nel volermi leggere la mano... per giunta senza guadagnarci nulla.»

Cieco: «Questo lo dici tu. Anzi, se mi offri una sigaretta, se proprio le vuoi, ti darò tutte le spiegazioni necessarie. Ti avverto però che saranno così dure che ti sarà difficile sopportarle.»
 

Dandogli la sigaretta richiesta il poeta lo aveva invitato a proseguire.
 

Cieco: «Quando per la prima volta ho strinto la tua mano ho avvertito, immediato e preciso, il sospetto che il tuo avvenire fosse come il mio presente. Un dubbio che, udita poi la tua voce, è svanito cristallizzandosi in certezze che solo la lettura dei solchi lasciati sul tuo palmo avrebbe potuto rimuovere o provare. Per questo...»

Ma il poeta, allungandosi le ombre degli alberi a listare l’erba sanguigna di foglie stese nel parco, l’aveva interrotto liberando la mano ad accendere nervosamente un’altra sigaretta.


Poeta
:
«Cosa intendi dire con esattezza? Spiegati meglio.» indugiando stranamente prima di spengere il fiammifero acceso a schiarire la penombra sul viso del cieco.

Cieco: «Il tocco della tua mano m’ha fatto sentire quanto il tuo destino sia stato bollato, come il mio, dal sigillo della sorte. Ma se a me ha spento per sempre gli occhi a te essa pare abbia spalancato irreversibilmente lo sguardo. Quando poi ho sentito la tua voce» cercando la bocca del poeta e serrando la mano che non si ritraeva più ma stringeva per un momento le sue «e ho capito dove tu l’avessi incontrata ho giurato a me stesso che non mi sarei dato pace finché non avessi scoperto quali e quanti sfregi ti avesse lasciato... ma ormai s’è fatto tardi e non ho molto tempo prima di riuscire a rientrare a casa da solo... svelto, su!» afferrandogli con forza il polso e tirandola a sé «Fammela leggere.»

Poeta: «Credi davvero sia necessario? Forse sarebbe meglio conoscere quanto dureranno ancora simili, spietati favori. Questa però è un’altra storia... ti saluto... addio!» sciogliendo le dita dalle sue, schiacciando sulla balaustra la cicca prima di allontanarsi dal chiosco seguito soltanto dall’ombra lunga di un albero che pareva aspettare il momento buono per conficcargli alle spalle, tra le costole, la sua lama scura e affilata.