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Sverza

Per capire bene questa parola occorre rifarsi ad altre derivanti tutte dalla medesima radice grammaticale e quindi scaturite ognuna dall’identica fonte etimologica.

 

Incomincio considerando il verbo sverzare poiché la sua duplice accezione è fondamentale per comprendere appieno sverza. Tale verbo indica sia l’azione di ‘produrre schegge’, sia quella di provvedere con esse a riparare, a ‘turare i danni’ da loro stesse più o meno direttamente causati. Magari ripagandoli con le sverze, cioè le monete del dialetto fiorentino spese in letteratura, per esempio, da Pratolini («Mi basterebbero cinquecento sverze» disse).

‘Voce’ popolare come lo sverzino che, essendo uno spago aggiunto alla frusta, offriva ai barrocciai la possibilità di raggiungere obbiettivi distanti e di colpire, schioccando, bersagli altrimenti irraggiungibili per tutti come gli anni che avanzano scemando. Talvolta battuti dalla verza, antico e raro termine indicante la verga che talora li percuote e spesso sferza. Proprio come la scrittura da vergare su poche righe che i fili in ottone della vergella provvedono già a setacciare nella vergatura dei fogli di carta fatta dalle stesse mani che poi tentano avidamente e ambiziosamente di segnarla.