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Servitù

  Servitù è un’opera composita. Pertanto la sua presenza in questa sezione del sito web è dovuta solo al fatto che il romanzo che la compone ha lo sviluppo di pagine maggiore rispetto alle altre sue componenti.

 

(da Per sommi capi, nota introduttiva dell’autore)

  Originariamente la presente “opera assortita” aveva per titolo PASSI E CAMMINI che però, man mano che procedevo nella composizione, mi appariva sempre meno convincente. Di certo più inadeguato a quello, EVOLUZIONI, rimasto in seguito il titolo provvisorio fino all’attuale SERVITÙ che meglio sintetizza la condizione disumana dell’individuo nella metropoli globale odierna. Un’efferata condanna – seguita alla sua confessione di voler vivere – della quale questo lavoro costituisce, supponendo un immaginario processo letterario ai poteri economici e ai sistemi politici che la determinano, i vari gradi di giudizio.[…] Se poi si vuol circoscrivere il discorso alla lingua – la sola Patria che riconosco e cerco di servire al meglio – con la quale è scritta SERVITÙ, per comprenderne il significato generale è utile allora ricorrere all’interpretazione critica dei mezzi e dei modi utilizzati per ottenere una chiara coerenza stilistica pur nella varietà delle forme impiegate a comporne la struttura letteraria.

 

(da La dipendenza)

  Quando arrivava davanti l’appartamento la giovane donna si chiudeva fiduciosa pian piano la porta accostata alle spalle. L’uomo però che l’attendeva dentro le indicava con il solo cenno d’una mano di raggiungerlo in fondo allo stretto corridoio chiuso dall’uscio – aperto girando la chiave nella piccola toppa – al di là del quale una scala portava nel vano sotterraneo. In realtà una vecchia cantina usata prima come rimessa poi ristrutturata e adibita a rustico dove la donna senza perdere tempo prendeva a sistemare e a ordinare le sue cose nei mobili del locale fin quando il suono improvviso d’un campanello – accompagnato dal lampeggìo arancione del lume sopra l’uscio da cui si diffondeva – la sorprendeva spingendola a guardare in cima alla scala. Così come l’inatteso quanto perentorio «Vieni su» – comandato di lì a poco dall’uomo al di là della porta – la spronava a risalire alla svelta la scala.

 

(da Il primato)

  Da allora il locale era rimasto praticamente chiuso e, quindi, invariabilmente lo stesso. Tuttavia se egli non l’aveva svuotato di nulla era stata la sua vita a spogliarsi a poco a poco di ogni vera e profonda relazione umana. Perfino di quelle con gli amici più cari che il suo isolamento vedovile aveva contribuito, al pari se non di più delle contingenze imprevedibili e degli eventi fatali della vita, ad allontanare pian piano da sé.

  Una lenta e irreversibile separazione alla quale inizialmente l’uomo aveva reagito con irritato e sofferto rammarico poi però senza opporre ad essa alcuna resistenza che non fosse quella dei crescenti comandi, via via tanto seducenti quanto autoritari, delle irrinunciabili abitudini. Ordini perentori che se non avevano il potere di arginare talora l’onda di una memoria struggente avevano però la forza di arrestare sempre l’estensione della sua scia.

  […] Da quel momento – quando tutto gli era sembrato concluso tranne i giorni che scolando parevano impregnare e corrodere soltanto lui – il rustico era rimasto sempre deserto e ogni cosa mai più utilizzata. Ora, però, poteva essere occupato e doveva essere adoperata nuovamente da qualcuno che l’uomo voleva presente e al contempo distante. Atteggiamento e condotta che, a dire il vero, erano sembrati strani anche alla donna la quale, senza lasciarsi andare a troppi ragionamenti, senza perdere tempo prendeva a sistemare e a ordinare le sue cose nei mobili del locale. Un alloggio che non solo pareva prometterle una certa autonomia, seppur limitata dalle mansioni di certo tanto precise quanto ancora oscure che avrebbe dovuto svolgere, ma addirittura offrirle molte delle comodità, sicuramente superiori a ogni sua aspettativa, adatte a risiedervi decorosamente l’intera durata dell’incarico che però, al momento, non sapeva se augurarsi la più lunga o corta possibile.

  […] Comunque fosse solamente negli ultimi giorni della stagione ormai trascorsa, riflettendo a mente fredda e con maggior distacco possibile, prendeva una decisione definitiva. Sicuramente la più inevitabile e quindi di certo la meno facile giacché l’avrebbe spinta, volendo l’uomo immodificabile la loro relazione umana, a cercare con qualsiasi mezzo e a qualunque costo di servirsi proprio del rapporto di lavoro con lui per rendere almeno più sopportabile la dipendenza dalla realtà di quel posto fisso. Un’occupazione stabile che egli avrebbe continuato a garantirle soltanto se lei non avesse mai disatteso le regole del loro accordo. Un’obbedienza che però per essere davvero utile alla sua legittima difesa professionale doveva essere usata da lei come arma di offesa personale all’uomo fin dalla prima occasione che presagiva non troppo lontana.

  […] Da lì in poi sarebbe stata la serva – preso pieno possesso dell’appartamento – a tenere sempre chiusa la porta per scendere nel rustico dove il padrone, ricevendo di tanto in tanto qualche pasto al suono del campanello e ai lampi del lume del montacarichi sceso da sopra, avrebbe alloggiato senza troppa sorpresa e rassegnato distacco sino alla fine. Sopraggiunta finalmente a sopprimere ogni umiliante dipendenza e l’isolamento più spaventoso consegnati alle parole scritte su un biglietto che prima o poi lei o qualcun altro avrebbe forse trovato e letto: «Non posso più trattenermi qui ma te lo perdono».

 

(da Una sorte comune)

  Quasi alla fine dell’estate Lara Viktorovna Moroskij, nata in Ucraina da genitori russi e alla quale gli anni della vita e i danni del mondo non avevano ancora offeso i capelli biondi e il bel corpo slanciato, dopo essere salita sul treno ripensava ai duri tempi passati. All’improvviso scoprendo e subito sorprendendosi dei tanti giorni visti scorrere attraverso i finestrini dei vari mezzi di trasporto usati nel tempo per passare da un luogo all’altro. A cominciare dalla mattina di quello in cui sua madre l’aveva portata via dall’asilo per montare poco dopo insieme nell’automobile che avrebbe dovuto condurle il più distante possibile da Prypiat. La città dove abitavano che era anche la più vicina alla centrale “V. I. Lenin” di Chernobyl dov’era scoppiato il reattore nucleare che i liquidatori dovevano sigillare e mettere al più presto in sicurezza. Quasi certamente a scapito della propria salute su cui doveva vegliare il padre medico obbligato a rimanere al suo posto in ospedale non solo per il maggior compenso promesso, utile comunque a mantenerle lontano chissà quanto sia a farle tornare e riunirsi tutti e tre un giorno. Una sorte futura di cui la memoria del suo passato – che evidentemente tuttora sperava si sarebbe protratta a lungo – le era presto apparsa l’unica augurale consolazione. Proprio come opportuno e gradito conforto era stato per sua madre il racconto che le aveva fatto, poco dopo essere rimasta vedova, del primo incontro fra lei e l’uomo che sarebbe diventato suo padre. Una conoscenza fortuita – avvenuta in una corsia del reparto ematologico di uno degli ospedali di Leningrado – della quale Lara era sicura di rammentare per tutta la vita, fin nei minimi dettagli e nelle più lievi sfumature, ciò che la madre le aveva raccontato un giorno d’inverno quando – sedute nella veranda davanti al giardino – vivevano ancora nella mansarda della villetta a Jalta della nonna.

  […] L’implacabile mutismo d’un presente parolaio, l’assenza delle gaie compagnie degli amici spersi, la mancanza di un amore vero e perenne avevano conquistato allora Giorgio Vagheggi. Una resa incondizionata causa, con il fallimento dell’unica casa editrice che aveva pubblicato qualcosa di ciò che aveva scritto, del suo serio stato depressivo. […] E doveva essere stato davvero un tormento più angosciante e duraturo di altri a costringerlo non soltanto a “cambiare aria” lasciando la sua città, Firenze, ma addirittura mestiere incominciando a fare l’operaio in un’impresa di costruzioni attiva, nei più svariati campi dell’edilizia, nella valle superiore dell’Arno. […] Proprio come lui aveva sempre continuato a sperare di smettere un giorno di fare l’operaio tornando a ravvivare a tempo pieno la passione della scrittura che pur covava sotto la cenere. Braci che non solo provvedeva a non far spengere ma seguitava ad attizzare non appena la pesante fatica quotidiana, solitamente alla fine della settimana e talvolta sino a notte fonda, gli permetteva di farlo.

  […] All’improvviso Lara si rendeva conto di essere fra due fuochi e di non poter eludere nessuno dei due senza correre il pericolo di bruciarsi se avesse attraversato l’uno o varcato l’altro. Infatti se da quel disprezzato ma vincente mondo editoriale era rimasta al riparo soltanto perché ne erano state sempre lontane le scelte librarie coraggiose quanto gli esiti purtroppo fallimentari di Dell’Argine, ora non le restava che dover affrontarlo da sola. D’altronde non è che avesse altre scelte per sopravvivere. […] Ciò d’un tratto e in un colpo solo le faceva rammentare l’editore ma anche la sorprendeva a scoprire come non avesse mai conosciuto di persona l’autore del «romanzo breve in tre parti» (così rileggeva nella nota sinottica) a cui affidava il suo avvenire. Anzi, dopo il fallimento della casa editrice e quindi anche del suo contratto, pure lui per sperare d’avere ancora un futuro da scrittore poteva contare soltanto sulla capacità di lei di concludere le trattative di vendita nel modo più conveniente per entrambi. E forse proprio in nome di questo destino comune Lara invece di scrivergli un messaggio elettronico decideva di telefonare – letto il numero annotato nel biglietto dell’editore – a Giorgio Vagheggi.

  […] Lara aveva rinunciato ad altre pur pressanti domande preferendo restare in silenziosa e impaziente attesa che Giorgio avesse finito, fra gl’intervalli di qualche correzione, di scrivere quello che ora le cominciava a leggere ad alta voce.

  “Il sottoscritto Giorgio Vagheggi, di professione scrittore, residente nell’appartamento in oggetto di cui è proprietario, dichiara quanto segue. Ovvero di poter continuare ad abitare nel suddetto finché potrà e vorrà. Ossia fin quando, in piena sanità di corpo e completa lucidità di mente, non deciderà di lasciarlo in legittima eredità – di cui la presente dichiarazione è atto preliminare comprendente tutti i beni contenuti all’interno del locale – alla convivente Lara Kurganova Moroskij in modo che ella possa continuare a viverci e a svolgervi in relativa tranquillità il proprio lavoro di studiosa e il prossimo mestiere di madre.

  In considerazione di ciò raccomanda di riesaminare e meglio valutare il progetto di riservare alcune stanze dell’appartamento al futuro Centro Studi Letterari invece di ricercare già da ora altri soggetti interessati ad acquisire il suo Fondo e, di conseguenza, a partecipare alla gestione dell’attività di studio procurando a tal fine l’eventuale sede adeguata. Qualora tutto ciò non fosse possibile resta inteso che la suddetta erede è libera e responsabile di potere e volere adoperare l’appartamento, nonché di disporre dei beni citati, secondo i propri bisogni e i propri desideri.

  A proposito di questi il sottoscritto richiede di poter usufruire, dalla partenza dal rifugio domestico per il traguardo del ricovero pubblico, delle risorse economiche sufficienti a soddisfare i primi e a contenere i secondi. Almeno fintantoché sarà in vita ed essa rimarrà degna di essere tale permettendogli di ricevere con piacere chi vorrà venire a trovarlo sino a quando riterrà opportuno che ne valga la pena. Ovverosia fino al momento in cui, dopo aver incontrato un’ultima volta la suddetta beneficiaria e da solo il di lei figlio, non vorrà vedere più nessuno di caro rassegnandosi a dover trattare unicamente con chi avrà l’obbligo professionale di mantenerlo in vita. Vale a dire, come ribadisce al termine di questa dichiarazione, fin quando non l’avrà deciso lui stesso rinunciando definitivamente a mescolarsi con tutti coloro che nel frattempo, divenuti come lui residui umani, gli saranno sempre più insopportabilmente simili quanto fatalmente estranei.

  Nella certezza che ogni soggetto menzionato in questo atto adempia in modo corretto e in maniera completa alle disposizioni in esso chiaramente indicate il sottoscritto qui lo conclude. In fede, Giorgio Vagheggi”.

  Alla fine della lettura seguiva un lungo silenzio nel quale egli sembrava voler diluire i resti dell’emozione nei gesti minimi e scontati con cui riaccomodava pian piano i fogli nella cartellina chiusa a rilento come la penna riposta poi nel taschino. Lara invece pareva temere che la durata del silenzio non le sarebbe mai bastata ad assaporare fino in fondo né a scemare almeno un po’ la turbata commozione che le serrava la gola ma non le arrestava le lacrime scese inarrestabilmente libere sulle gote che non sembrava volere asciugare neppure tardivamente. Tantomeno davanti all’uomo che ora le pareva meritare ancora più bene e rispetto per la risoluta fragilità dimostrata e che nessun’altra parola avrebbe potuto esprimere meglio di quelle con le quali non solo aveva confermato concreti progetti comuni ma perfino assicurato a lei e a suo figlio un avvenire sicuro anche in sua assenza.

 

(da Casa di servi)

  Sulla scena unica del palcoscenico cresce gradualmente la luce del soggiorno al ritmo di musica chiassosa dal televisore acceso, con l’orologio sulle 15 e il calendario con la data sull’ultimo giorno di Carnevale dell’anno successivo al precedente, sul corso mascherato teletrasmesso. Dalla porta di sinistra entra Mia Frei con una valigia posata a terra a fianco del bracciolo sinistro del divano sul quale si siede contrita. Dalla porta destra entra Libero Servi con una pesante scatola di libri a sua volta poggiata a terra accosto al bracciolo destro. Libero Servi afferra il telecomando e ammutolisce il volume televisivo.

  […] MIA FREI (Leva di bocca la sigaretta ed espelle ripetutamente il fumo da naso e bocca) Io invece ho dovuto sempre sopportare tutto e voglio ancora resistere ad ogni costo. Come ho cercato di reggere e puntellare, accorgendomi del suo lento ma evidente raffreddarsi, la relazione con il padre di mio figlio. Fino al momento della videochiamata, quando allora odio e rancore hanno preso irrimediabilmente il sopravvento e con esso la rottura definitiva. (Aspira profondamente e sputa il fumo quasi tutto d’un fiato) D’altra parte in un colpo solo mi è sparito il figlio rubato, ho perduto suo padre mio compagno sperato e infine sono stata espropriata della residenza nella quale mi ero augurata di vivere con loro. Almeno finché l’azienda avrebbe seguitato a riconoscermi la premura della sua acquisizione e la cura del suo mantenimento. (Schiaccia rabbiosamente la cicca nel posacenere).

  LIBERO SERVI (Avvampa nuovamente il sigaro) Alle quali pur devo, (sferzante e indirizzandole una mezza boccata di fumo) non lo scordare, la responsabilità della mia forzata e al contempo volontaria esclusione da una comunità familiare nella quale sarei stato sempre di più un corpo estraneo. Però non avrei nemmeno mai voluto allontanarmi dalla casa che ho sempre abitato. E non solo perché non avrei trovato posto altro che all’ospizio, (serrando a stento fra le dita il mozzicone rimasto) ma sopra tutto perché soltanto qui avrei potuto seguitare ad occuparmi delle poche preziose passioni capaci di tenermi in vita, sebbene rinchiuso in cantina, almeno finché non fossi stato dichiarato ufficialmente defunto oppure trovato morto al termine delle scorte. (Dà una peata finale e schiaccia l’avanzo del sigaro nel posacenere).

 MIA FREI (Estrae dalla borsetta la palla di carta posandola nel posacenere) Anni che comunque alla fine – (prendendo e deponendo il posacenere sul tavolo) ti rammento con l’amarezza di essere vittima come te della propria sconfitta (tornando la schiena al divano) – ti sono serviti a nutrire perfino una rivincita tanto inaspettata quanto decisiva visto che comprende, (scostandosi dal divano) stando a quello che hai appena ammesso, addirittura la certezza assoluta di esserti guadagnato, (rinfilando il pacchetto di sigarette nella borsetta) con l’isolamento del ritiro in cantina e la liberazione del ritorno nell’appartamento, la delega all’esecutore incaricato della tua sparizione definitiva. (Richiude con uno scatto la borsetta) Un’eliminazione sicura ma indeterminata fino al momento propizio. Un’occasione scelta ovviamente dall’azienda che a me concede invece di vivere, cercando un nuovo lavoro per un’altra sua acquisizione, unicamente sloggiando da questo appartamento sul quale non posso più rivendicare, come su mio figlio requisito e venduto, alcuna pretesa. (Si alzano insieme e si abbracciano).

  (Mia Frei impugna la valigia e in silenzio, rotto solo dal rintocco dei suoi tacchi a spillo sul legno del pavimento, esce dalla porta a sinistra. Libero Servi sfila dalla scatola un panno che stende sulla seduta del divano. Leva ad uno ad uno i libri dalla scatola alla fine svuotata, li allinea sui cuscini della seduta finché non la riempie di una fitta e variegata fila. Si china sulla scatola vuota con la quale esce, penzolandola da una mano inaugurante l’abbassarsi della luce, dalla porta a destra. Al buio si sentono i suoi passi rintoccare nella scala della cantina. Sull’ultimo rintocco iniziano quelli del robot di cui, alla loro cessazione, un faro illumina le mosse meccaniche e cadenzate per riordinare il soggiorno. Sipario. Fine.)