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Dialogo degli alberi

[…] Comunque fosse il vecchio era adesso sulla via del ritorno la quale passava d’abitudine dal lungo viale alberato per anni vanto verde, con la folta pineta lungo il fiume, della sua città. Un tempo ma non ora visto che entrambi erano in pessime condizioni. Anzi, proprio il viale che apparentemente era sembrato essere il più sano dei due nelle ultime settimane aveva patito un deciso e vistoso tracollo, tanto da richiedere il taglio urgente di gran parte dei suoi alberi. […] Tuttavia lo strazio di ciò che osservava doveva essere assai superiore alle sue forze se poco dopo, malgrado un paio di tuoni più vicini e il chiacchierio delle poche persone presenti, si addormentava. Tanto placidamente e profondamente quanto all’improvviso era subito udibile lo strano dialogo fra due alberi. Per la precisione tra una delle due coppie di antichi tigli sopravvissute all’indifferibile e devastante taglio.

«Finalmente, adesso che è tutto finito,» esordiva il tiglio più tozzo dal limitare della grande strada trafficata attorno all’ampia rotatoria davanti a uno dei ponti cittadini «possiamo parlare fra noi».

«Sì, ora che siamo rimasti in pochi,» proseguiva l’altro tiglio più slanciato e prossimo al viale alberato «penso valga davvero la pena farlo».

[…] Accomunati dal medesimo, profondo e amaro scoramento i due tigli ammutolivano.

 

[…] Un silenzio distaccato sconfitto, di lì a poco e più avanti nei pressi del vecchio dormiente nella panchina, dal lamentoso rammarico dei tigli potati in cura. In particolare di uno che – accosto allo sterro dei resti di uno sparito dov’era ora un giovane tiglio – sembrava voler parlare, sebbene con voce avvilita e in tono dimesso, a nome di tutti i superstiti.

 

«Non sappiamo ancora come abbiamo potuto scampare all’epidemia, anche se non possiamo certo esserne orgogliosi visto che non possiamo nasconderne gli effetti né l’alto prezzo pagato.» esibendo come un bersaglio o un distintivo il bollo di vernice in punta al tronco reciso «Comunque di sicuro meno caro di quello che non hanno potuto sopportare i nostri compagni che sono stati abbattuti, segati e portati via a pezzi o rasi al suolo, squartati e sminuzzati…» fermandosi come assalito da un’improvvisa mancanza di respiro prima di riprendere a parlare «a riempire le fosse nelle quali non sono stati neanche accolti o le buche lasciate a noi…» interrompendosi vinto da un altro moto d’irresistibile commozione rimossa per concludere lo struggente rimpianto con il poco fiato rimastogli «per rammentarli tutti ad uno ad uno» ammettendo il silenzio ormai certo che lo avrebbe accompagnato e nutrito forse per sempre.

 

«Puoi rammentarli tramite noi,» lo sorprendeva una voce giovane «attraverso me che ti sono il più vicino» seguitava a dirgli il nuovo tiglio piantato di fresco, al posto di quello tagliato, accanto a lui.

 

[…] Tiglio potato «Adesso è così ma sappi che al momento di godere i trionfi dell’avvenire ai quali giustamente aspiri sarà proprio il futuro a farti agognare ciò che ti accorgerai con spavento di avere, lentamente o all’improvviso non conta, perduto e non potrai più avere […]»

 

Tiglio giovane «Ci penserò allora. Nel frattempo dovrai rassegnarti al fatto che i miei desideri potranno stare sempre al passo dei miei bisogni. I loro stimoli, insomma, saranno in me a lungo pari alla loro soddisfazione. A differenza di te la cui separazione mi sembra la causa principale, se non unica, delle tue angustie. Tanto irriducibili e soffocanti da volertene sgravare tentando di trasmetterle invano a me. Sbaglio?»

Tiglio potato «No. È vero che sono cosciente di non avere più tempo d’inseguire i desideri che pure mi sono rimasti. Così come mi rendo conto del poco tempo a disposizione per appagare persino l’unico bisogno – la sopravvivenza – che ho ancora. […] Ma […] tu cosa proponi in generale e, visto che stiamo dialogando probabilmente da troppo, a me in particolare? Forse di tagliarmi subito senza offrirmi nemmeno una delle tante, incontrastate possibilità che invece rivendichi incessantemente a te?»

 

[…] Tiglio giovane «[…] Innanzi tutto quello che reclami non è in mio potere dartelo. Inoltre la tua sorte mi è del tutto indifferente […], riguarda soltanto te e non può influire in alcun modo sul corso degli eventi né incidere sulla forza ineluttabile della mia. Un destino irresistibile a cui è legato indissolubilmente, non lo scordare, anche quello di questo viale minato e tuttora minacciato, te lo ricordo, esclusivamente dai tigli abbattuti e da quelli potati e malati come te».

 

Una ventata più forte e duratura frustava l’aria rintronante di una scarica assordante di tuoni. Scudisciate e tonfi che […] svegliavano anche il vecchio che – incapace di sapere se avesse sognato o no il dialogo degli alberi – si drizzava nella panchina sulla quale si era fin allora assopito. Un sonno finito e un abbandono del posto sanciti, di lì a qualche istante, dalle prime gocce sulla sua testa calva. Oltre che dal lieve rumore alle sue spalle d’un secco rametto di uno dei tigli potati e dal flebile fruscio davanti a lui d’una tenera fogliolina di uno dei nuovi, giovani tigli.